Dei viventi

“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui,l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti:accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno,e farlo durare, e dargli spazio.”DSCN6154.JPG

(Italo Calvino, “Le città invisibili”)

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Elogio alla molteplicità

Premetto che iniziare una conferenza citando Gadda ha qualcosa di speciale, unico e insuperabile. E con il senno di poi non saprei pensare a nessun altro autore che rappresenti meglio la necessità enciclopedica del romanzo moderno.

 

…E comprendo l’impossibilità contro cui urta l’amore. Noi ci figuriamo che esso abbia come oggetto un essere che può stare coricato davanti a noi, chiuso in un corpo. Ahimè!
L’amore è l’estensione di tale essere a tutti i punti dello spazio e del tempo che ha occupato e che occuperà. Se non possediamo il suo contatto con il tale luogo, con la tale ora, noi non lo possediamo. Ma tutti quei punti non possiamo toccarli. Forse se ci venissero indicati, potremmo arrivare sino a essi; ma noi procediamo a tentoni senza trovarli. Di qui la diffidenza, la gelosia, le persecuzioni. Perdiamo un tempo prezioso su di una pista assurda, e passiamo senza accorgercene accanto alla verità.

Proust – La Prisonniére
…nella nostra epoca la letteratura sia venuta facendosi carico di questa antica ambizione di rappresentare la molteplicità delle relazioni, in atto e potenziali.
L’eccessiva ambizione dei propositi può essere rimproverata in molti campi d’attività, non in letteratura. La letteratura vive solo se si pone degli obiettivi smisurati, anche al di là d’ogni possibilità di realizzazione. Solo se poeti e scrittori si proporranno imprese che nessun altro osa immaginare la letteratura continuerà ad avere una funzione. Da quando la scienza diffida dalle spiegazioni generali e dalle soluzioni che non siano settoriali e specialistiche, la grande sfida per la letteratura è il saper tessere insieme i diversi saperi e i diversi codici in una visione plurima sfaccettata del mondo.
Mi piace questa ambizione, bravo Italo, ma mi chiedo l’autore è sempre consapevole di questa ambizione antica e mai completamente raggiungibile?
Ne siete consapevoli?
A malapena lo concepiamo noi lettori. Ed è comunque difficile trovare un equilibrio, ci sono romanzi che alla fine risultano solo accozzaglie di elenchi, di temi, di tracce..una confusione in cui non è possibile ritrovare un capo e una coda.
L’aver scelto il romanzo come forma letteraria che possa contenere l’universo intero è un fatto carico di futuro.
Oggi non è più pensabile una totalità che non sia potenziale, congetturale, plurima.
Anche se il disegno generale è stato minuziosamente progettato, ciò che conta non è il suo chiudersi in una figura armoniosa, ma è la forza centrifuga che da esso si sprigiona, la pluralità dei linguaggi come garanzia d’una verità non parziale.
Tra i valori che vorrei fossero tramandati al prossimo millennio c’è soprattutto questo: d’una letteratura che abbia fatto proprio il gusto dell’ordine mentale e della esattezza, l’intelligenza della poesia, e nello stesso tempo della scienza e della filosofia.
Credo che questo sarebbe un punto di arrivo della letteratura, al di là qualsiasi millennio. Ma forse non sarebbe più una letteratura, nè scienza o filosofia. E’ il fatto che siano distinte a renderle ognuna autonoma ed è tra le pieghe delle loro distinzioni che si sviluppano le migliori ricchezze. Non sono certa che l’uniformità porterebbe un miglioramento.

Qualcuno potrà obiettare che più l’opera tende alla moltiplicazione dei possibili più si allontana da quell’unicum che è il self di chi scrive, la sincerità interiore, la scoperta della propria verità. Al contrario, rispondo, chi siamo noi, chi è ciascuno di noi se non una combinatoria d’esperienze, d’informazioni, di letture, d’immaginazioni? Ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario d’oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili.

Ma forse la risposta che mi sta più a cuore dare è un’altra: magari fosse possibile un’opera concepita al di fuori del self, un’ opera che ci permettesse d’uscire dalla prospettiva limitata d’un io individuale, non solo per entrare in altri io simili al nostro, ma per far parlare ciò che non ha parola, l’uccello che si posa sulla grondaia, l’albero in primavera e l’albero in autunno, la pietra, il cemento, la plastica…

[Lezioni americane, I. Calvino, 2002, Oscar Mondadori, Milano,].

 

Elogio alla visibilità

La fantasia è un posto dove ci piove dentro.

Ho preso troppa pioggia questa primavera per apprezzare l’aforisma. Non poteva essere un posto pieno di sole?
Meglio perchè non può essere un posto pieno di sole?
Per la storia delle cose che ci cadono dentro? Un vento che soffia non basta? Non so..mi suona benissimo..ma nello stesso tempo..un posto dove ci piove dentro non è un bel posto dove stare!

..l’immaginazione come repertorio del potenziale, dell’ipotetico, di ciò che non è né è stato né forse sarà ma che avrebbe potuto essere.

La mente del poeta e in qualche momento decisivo la mente dello scienziato funzionano secondo un procedimento d’associazione d’immagini che il sistema più veloce di collegare e scegliere tra le infinite forme del possibile e dell’impossibile.

Pensare per immagini è bellissimo, non si scopre la sue bellezza fino a che non siamo costretti a farne a meno.
La prima volta che ho dovuto immaginare qualcosa in matematica senza poterlo immaginare visivamente è stato uno choc, mi piace pensare che con la famiglia di scienziati che avevi anche tu sappia qualcosa di questo.
E’ come perdere una facoltà importantissima. Come cercare di parlare ma senza riuscire a fare uscire alcun suono e quindi dover comunicare per altre vie..che all’inizio ti sembrano scomode e poco funzionali..e dopo..continuano ad esserlo ma tu sei lievemente meno imbrananto.
Servirebbe davvero una pedagogia delle immagini, ma forse servirebbe anche una pedagogia senza immagini.

Il potere di evocare immagini in assenza continuerà a svilupparsi in un’umanità sempre più inondata dal diluvio delle immagini prefabbricate?

D’altronde le immagini hanno nutrito questo potere. Penso alle arti figurative, alla pittura, alla scultura fino a l fumetto, la fotografia, il cinema.
Esiste un limite oltre quale le immagini sono troppo? Non la pensavano così forse anche quando, che ne so, nacque il cinema? Non ho un’opinione in merito in realtà, però me lo chiedo spesso.

Comunque tutte le “realtà” e le “fantasie” possono prendere forma solo attraverso la scrittura, nella quale esteriorità e interiorità, mondo e io, esperienza e fantasia appaiono composte della stessa materia verbale; le visioni polimorfe degli occhi e dell’animasi trovano contenute in righe uniformi di caratteri minuscoli o maiuscoli, di punti, di virgole, di parentesi; pagine di segni allineati fitti come granelli di sabbia rappresentano lo spettacolo variopinto del mondo in una superficie sempre uguale e sempre diversa, come le dune spinte dal vento del deserto..

[Lezioni americane, I. Calvino, 2002, Oscar Mondadori, Milano,].

Elogio all’esattezza

Esattezza per me vuol dire soprattutto tre cose:

1) un disegno dell’opera ben definito e ben calcolato;

2) l’evocazione d’immagini visuali nitide, incisive, memorabili; in italiano abbiamo un aggettivo che non esiste in inglese, “icastico, dal greco eikastikoz;

3)un linguaggio il più preciso possibile come lessico e come resa delle sfumature del pensiero e dell’immaginazione.

 

Alle volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, come una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l’espressione sulle sue formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze.[…]La letteratura ( e forse solo la letteratura) può creare degli anticorpi che contrastino l’espandersi della peste del linguaggio.

Vorrei aggiungere che non è soltanto il linguaggio che mi sembra colpito da questa peste. Anche le immagini, per esempio. Viviamo sotto una pioggia ininterrotta d’immagini; i più potenti media non fanno che trasformare il mondo in immagini e moltiplicarlo attraverso una fantasmagoria di giochi di specchi: immagini che in gran parte sono prive della necessitò interna che dovrebbe caratterizzare ogni immagine, come forma e come significato, come forza d’imporsi all’attenzione, come ricchezza di significati possibili. Gran parte di questa nuvola d’immagini si dissolve immediatamente come i sogni che non lasciano traccia nella memoria; ma non si dissolve una sensazione di estraneità e disagio.

Ma forse l’inconsistenza non è nelle immagini o nel linguaggio soltanto: è nel mondo. La peste colpisce anche la vita delle persone e la storia delle nazioni, rende tutte le storie informi, casuali, confuse, senza principio né fine. Il mio disagio è per la perdita di forma che constato nella vita, e a cui cerco d’opporre l’unica difesa che riesco a concepire: un’idea di letteratura.

Ma basterà?
Italo, secondo me è un po’ poco. Questa peste, questa patina opaca, questa sabbia che smeriglia la realtà, la rende vaga e indistinta ma non per renderla evocativa e suggestiva bensì perchè nel vago tutto si uniforma, i difetti sembrano meno tremendi e le virtù meno eccelse e allora il meschino e il sublime si sentono più vicini e forse questo ci rassicura.
Non credo che basti un’idea di letteratura, serve qualcosa di molto più incisivo, però è un inizio, sarebbe uno stimolo, potrebbe essere un catalizzatore, che alle adeguate condizioni inneschi una reazione chimica che ripulisca l’aria, le menti, le emozioni.
Ma quali adeguate condizioni? Credo che sia soprattutto una questione di onestà intellettuale e coraggio. Coraggio di operare una reale presa di coscienza di noi stessi.
E sopra ogni cosa dei nostri limiti. In fondo in questo sta l’esattezza; nel delineare con precisione i limiti di ogni cosa, nel definirla con la maggiore possibile aderenza alla realtà. Essere esatti è sostanzialmente mettere dei limiti e metterli correttamente e quando il limite è onesto genera chiarezza. Forse nel rifuggire l’esattezza stiamo rifuggendo solo i nostri limiti e quelli della realtà che ci circonda, siamo abituati a pensarci invincibili a piegare il mondo e la realtà al nostro volere, nascondiamo i nostri difetti, aberriamo le nostre mancanze. Ma l’esattezza non è di parte dà ad ognuno il suo, nel bene e nel male.
Che questa peste non sia altro che vigliaccheria?

 L’opera letteraria è una di queste minime porzioni in cui l’esistente si cristallizza in una forma, acquista un senso, non fisso, non definitivo, non irrigidito in un’immobilità minerale, ma vivente come un organismo. La poesia è la grande nemica del caso, pur essendo anch’essa figlia del caso e sapendo che il caso in ultima istanza avrà  partita vinta.

Mi piace pensare ad una poesia battagliera, una poesia che mette ordine nel mondo, a Pascoli credo sarebbe piaciuta, con la sua mania di chiamare ogni cosa col suo nome preciso, a proposito..come mai non hai citato Pascoli?
Ma non trovi che sia così affascinante proprio perchè la battaglia è già persa in partenza? In fondo ogni artista ama le cause perse no?! A me almeno piace pensare che sia così e allora la poesia mi pace perchè è una forma elegante di non arrendersi anche quando chiunque altro getterebbe la spugna. Possiede quel coraggio che ti commuove, il coraggio degli assediati a Masada, dei samurai prima dell’harakiri, di chi si butta in una contesa sapendo che non ne uscirà bene eppure vale la pena combattere lo stesso. Come l’Apocalisse per un credente, la battaglia si è già combattuta e si è già vinta, noi sappiamo che è vinta. Ma allora che senso ha il nostro combattere?
Come mi disse don Dossetti jr :”Offrire un’occasione anche agli altri”. Non penso la poesia ne sia consapevole..chissà i poeti.

Un simbolo più complesso che mi ha dato le maggiori possibilità di esprimere la tensione tra razionalità geometrica e groviglio delle esistenze umane è quello della città. Il mio libro in cui credo d’aver detto più cose resta Le città invisibili, perché ho potuto concentrare su un unico simbolo tutte le mie riflessioni, le mie esperienze, le mie congetture; e perché ho costruito una struttura sfaccettata in cui ogni breve testo sta vicino agli altri in una successione che non implica una consequenzialità o una gerarchia ma una rete entro la quale si possono tracciare molteplici percorsi e ricavare conclusioni plurime e ramificate.

..le lingue naturali dicono sempre qualcosa in più rispetto ai linguaggi formali, comportano sempre una certa quantità di rumore che disturba l’essenzialità dell’informazione; l’altra perché nel render conto della densità e continuità del mondo che ci circonda il linguaggio si rivela lacunoso, frammentario, dice sempre qualcosa in meno rispetto alla totalità dell’esperibile.

In questo caso direi che la mi propensione per la matematica non richiede altra precisazione. Essenzialità dell’informazione..mi piace persino come suona.

[Lezioni americane, I. Calvino, 2002, Oscar Mondadori, Milano,].

Elogio alla rapidità

..un batter d’occhio, un pensiero, un’ala d’angelo: che cosa era abbastanza veloce per inserirsi nello spazio fra la domanda e la risposta, separando l’una dall’altra?

De Quincey

La rapidità e la concisione dello stile, piace perchè presenta all’anima una folla d’idee simultanee, o così rapidamente succedentisi, che paiono simultanee, e fanno ondeggiar l’anima in una tale abbondanza di pensieri, o d’immagini e sensazioni spirituali, ch’ella o non è capace di abbracciarle tutte, e pienamente ciascuna, o non ha tempo di restare in ozio, e priva di sensazioni. [2042]La forza dello stile poetico, che in gran parte è tutt’uno colla rapidità, non è piacevole per altro che per questi effetti, e non consiste in altro. L’eccitamento d’idee simultanee, può derivare e da ciascuna parola isolata, o propria o metaforica, e dalla loro collocazione, e dal giro della frase, e dalla soppressione stessa di altre parole o frasi ec.

Leopardi

“In un’epoca in cui altri media velocissimi e di estesissimo raggio trionfano, e rischiano d’appiattire ogni comunicazione in una
crosta uniforme e omogenea, la funzione della letteratura è la comunicazione tra ciò che è
diverso in quanto è diverso, non ottundendone bensì esaltandone la differenza, secondo la
vocazione propria del linguaggio scritto.Il secolo della motorizzazione ha imposto la velocità come un valore misurabile, i cui records segnano la storia del progresso delle macchine e degli uomini. Ma la velocità mentale non può essere misurata e non permette confronti o gare, né può disporre i propri risultati in una prospettiva storica. La velocità mentale vale per sé, per il piacere che provoca in chi è sensibile a questo piacere, non per l’utilità pratica che si possa ricavarne. Un ragionamento veloce non è necessariamente migliore d’un ragionamento ponderato; tutt’altro; ma comunica qualcosa di speciale che sta proprio nella sua sveltezza.

Non lo so, forse ci dimentichiamo della grazia, Italo.

Io per prima scrivo su un blog, e quindi sfrutto il mezzo veloce per eccellenza forse..Internet, la Rete..però vedi non è la velocità ad attirarmi. E più la capienza, o forse la vaghezza..ma di questo mi sgriderai parlando dell’esattezza. Quello che volevo dire però è che la potenza è nulla senza il controllo, la rapidità e la concisione sono due cose distinte.

La concisione mi sta bene, leva i fronzoli, va dritta al nocciolo o almeno tento di giungere all’essenza, la concisione è Mondrian, prima pensi che sia pazzo, poi pensi che è un tipo originale e alla fine, che ti piaccia o meno (de gustibus non disputandum est), riconosci la manifestazione del genio. La concisione è un’epifania. Che poi contiene la sua negazione, perchè più tutto si fa conciso più la nostra mente deve lavorare per riempire i vuoti, veloce l’occhio ma laboriosa la comprensione, immediata l’emozione, la comunicazione, la percezione forse. La concisione parla all’intuito e narra all’intelletto ci sono tempi diversi, si può quasi misurare il tempo in cui il concetto passa dalla suggestione immediata alla comprensione stupefatta. Forse nella concisione non ammiriamo nemmeno l’opera del poeta ma la nostra.

Ci stupiamo di poter riempire i vuoti e più vuoti ci sono e più potremo stupirci di noi stessi e così vogliamo altri vuoti.

O forse è consonanza, vicinanza è la sensazione di affinità con qualcuno mai visto e mai sentito che ha scritto una cosa breve e incisiva che scava dentro e senti che tutto quello che poi scaturisce da quel solco viene sì da te, ma viene anche da lui. E’ sentirsi meno soli.

Italo, secondo me la concisione è ammirevole. La rapidità però non è la stessa cosa. Non sta scritto da nessuna parte che essere rapidi significhi puntare all’essenziale, preservare il nocciolo, cesellare la parola. Essere rapidi è solo una questione di tempo. Dove sta la Grazia?

Come per il poeta in versi così per lo scrittore in prosa, la riuscita sta nella felicità   dell’espressione verbale, che in qualche caso potrà realizzarsi per folgorazione improvvisa, ma che di regola vuol dire una paziente ricerca del “mot juste”, della frase in cui ogni parola è insostituibile, dell’accostamento di suoni e  di concetti più efficace e denso di significato.  Sono convinto che scrivere prosa non dovrebbe essere diverso dallo scrivere poesia; in entrambi i casi è ricerca d’un’espressione necessaria, unica, densa, concisa , memorabile.

Aforisma? O citazione? O forme più ampie? Vorrei che avessi terminato la tua raccolta di racconti brevissimi. Ho bisogno di cose brevissime. Pillole di bellezza, dosi concentrate per astinenze gravi e incontenibili.

La concentrazione e la craftmanship di Vulcano sono le condizioni necessarie per scrivere le avventure e le
metamorfosi di Mercurio. La mobilità e la sveltezza di Mercurio sono le condizioni necessarie perché le fatiche
interminabili di Vulcano diventino portatrici di significato, e dalla ganga minerale informe prendano forma gli attributi
degli dei, cetre o tridenti, lance o diademi. Il lavoro dello scrittore deve tener conto di tempi diversi: il tempo di
Mercurio e il tempo di Vulcano un messaggio d’immediatezza ottenuto a forza di aggiustamenti pazienti e meticolosi; un’intuizione istantanea appena formulata assuma le definitività di ciò che non poteva essere altrimenti.

Questo si che è memorabile.

La sensazione di leggere qualcosa e sentire che non poteva essere scritto altrimenti. Che non manca nessuna parola e nessuna parola è di troppo, che anche un solo singolo differente suono cambierebbe tutto, che si perderebbe tutto. Ma forse spostiamo il fuoco troppo sull’autore e poco sull’opera, sulla parola, sulla lettera. E’ la lettera Mercurio, io credo.

L’autore sarà anche Efesto, avrà qualcosa di saturnino e forse resterà sempre sospeso fra due tempi ma è la parola che vola via, che valica confini, che crea legami, accordi, che inganna e affascina. E così il lavoro del lettore si fa non meno importante di quello dello scrittore. Quella sensazione di pienezza che ogni tanto si manifesta tramite la parola, che ti fa sentire al centro di qualcosa di preciso e assoluto, che ti eleva e ti centra allo stesso tempo.

Io, Italo, non lo so fare ma mi chiedo se ormai la velocità del mondo non stia cercando formule per produrre questa sensazione in serie. Per produrre opere, frasi, libri in serie che ti illudano di avere tutto questo e in realtà siano solo l’applicazione di una rigida serie di schemi di comunicazione, marketing statistica e indagini di mercato?

[Lezioni americane, I. Calvino, 2002, Oscar Mondadori, Milano,].