Giardini d’inverno

A te si giunge solo attraverso di te.

A te si giunge solo
attraverso di te. Ti aspetto.

Io certo so dove sono,
la mia città, la strada, il nome
con cui tutti mi chiamano.
Ma non so dove sono stato
con te.
Lì mi hai portato tu.

Come potevo imparare il cammino
se non guardavo altro che te,
se il cammino erano i tuoi passi,
e il suo termine
l’istante che tu ti fermasti?
Cosa ancora poteva esserci
oltre a te che mi guardavi?

Ma ora,
quale esilio, che assenza
essere dove si è!
Aspetto, passano treni,
il caso, gli sguardi.
Mi condurrebbero forse
dove mai sono stato.
Ma io non voglio i cieli nuovi.
Voglio stare dove sono già stato.
Con te, tornare.
Quale immensa novità
tornare ancora,
ripetere, mai uguale,
quello stupore infinito!

E finchè tu non verrai
io rimarrò alle soglie
dei voli, dei sogni,
delle scie, immobile.
Perchè so che là dove sono stato
nè ali, nè ruote, nè vele
conducono.
Hanno tutte smarrito il cammino.
Perchè so che là dove sono stato
si giunge solo
con te, attraverso di te.

P. Salinas

Io e le mie 4 spine.

week END

Chi ha dato il permesso a tutto quanto di continuare come se niente fosse?

Ho visto le foto del viaggio di nozze. Che cieli.

E ho ti amato intensamente insieme a tutti i cieli che non vedremo, i viaggi che non faremo, i ricordi che non avremo e che io custodivo già da qualche parte segretamente “tra l’ombra e l’anima“.

Ispanofonia

Hombre muerto caminando


En la Ciudad de Denver Colorado, antes de la ejecución, a la
salida del reo, durante el trayecto por los doce pasillos que lo separan de la cámara acústica que lo destruirá con oratorios, este va precedido de un alguacil cultor, hombre de unos quince centímetros, que grita en gigaherzio un pregón rutilante.

Hombre muerto caminando

Hombre muerto caminando.

En Ciudad de La habana, en Santos Suárez, la tarde que me echaste, en el tramo de Santa Emilia hasta mi casa, voy precedido de Valiente, hombre jurisconsulto, muy entendido en tangos que por ahora estira bastidores.

Él calla su pregón y yo lo siento.

 

Carlo Augusto Alfonso

 

Può mancarti un’idioma?

Al popolo curdo

Kuminist

Nostalgy

 

I am far from my homeland
My country is far from me
The distance is painful.

I know the pain
But, I don’t speak with words
Words don’t live
As the tree of thousand years
That I left.
Words don’t go
How the words flow within the vein
of the world
The river that I left.
Words don’t slightly rise.
As the gazelle that I left on the mountain.
Words don’t give odor
As the most beautiful flowers of the world,
The flowers that I left.
Only those who are very much in love can love.
Only those who have a lot of nostalgia can dream
The distance is painful.
But, I don’t speak with words
Words cannot explain
The Paradise that I lost.

Dûr im ji welatê xwe
Welatê min dûr e ji min
Dûrî jan e.

Ez janê nasdikim
Lê belê nikarim bêjim bi bêje.
Bêje najin
Wek dara hezar salî
Ku min hişt.
Bêje na herîkin
Çawa diherike û davêje nav demar
ê cîhanê de
Çemê ku min hişt.
Bêje na hilperrin sivik
Wek xezala ku li serê çiya min hişt.
Bêje bêhn nadin
Wek kulilkên herî xweş li cîhanê,
kulilkên ku min hişt.
Tenê kê gelek evindarê karê hez bike.
Tenê kê gelek bêrî dike karê nigaş bike.
Dûrî jan e.
Ez janê nasdikim
Lê belê nikarim bêjim bi bêje.
Bêje nikarin vegotinkin
Bihîsta ku min wenda kir

Hevi Dilara

Quella la insegna il figlio

A mia madre

In te sono stato albume, uovo, pesce,
le ere sconfinate della terra
ho attraversato nella tua placenta,
fuori di te sono contato a giorni.

In te sono passato da cellula a scheletro
un milione di volte mi sono ingrandito,
fuori di te l’accrescimento è stato immensamente meno.

Sono sgusciato dalla tua pienezza
senza lasciarti vuota perché il vuoto
l’ho portato con me.

Sono venuto nudo, mi hai coperto
così ho imparato nudità e pudore
il latte e la sua assenza.

Mi hai messo in bocca tutte le parole
a cucchiaini, tranne una: mamma.
Quella l’inventa il figlio sbattendo le due labbra
quella l’insegna il figlio.

Da te ho preso le voci del mio luogo,
le canzoni, le ingiurie, gli scongiuri,
da te ho ascoltato il primo libro
dietro la febbre della scarlattina.

Ti ho dato aiuto a vomitare, a friggere le pizze,
a scrivere una lettera, ad accendere un fuoco,
a finire parole crociate, ti ho versato del vino
e ho macchiato la tavola,
non ti ho messo un nipote sulle gambe
non ti ho fatto bussare a una prigione
non ancora,
da te ho imparato il lutto e l’ora di finirlo,
a tuo padre somiglio, a tuo fratello
non sono stato figlio.
Da te ho preso gli occhi chiari
Non il loro peso
A te ho nascosto tutto.

Ho promesso di bruciare il tuo corpo
di non darlo alla terra. Ti darò al fuoco
fratello del vulcano che ci orientava il sonno.

Ti spargerò nell’aria dopo l’acquazzone
all’ora dell’arcobaleno
che ti faceva spalancare gli occhi. 

Erri De Luca

Always shining, always London

Kensington's Garden

Earth has not anything to show more fair:
Dull would he be of soul who could pass by
A sight so touching in its majesty:
This City now doth like a garment wear
The beauty of the morning; silent, bare,
Ships, towers, domes, theatres, and temples lie
Open unto the fields, and to the sky;
All bright and glittering in the smokeless air.
Never did sun more beautifully steep
In his first splendour valley, rock, or hill;
Ne’er saw I, never felt, a calm so deep!
The river glideth at his own sweet will:
Dear God! the very houses seem asleep;
And all that mighty heart is lying still!

William Wordsworth

Elogio alla molteplicità

Premetto che iniziare una conferenza citando Gadda ha qualcosa di speciale, unico e insuperabile. E con il senno di poi non saprei pensare a nessun altro autore che rappresenti meglio la necessità enciclopedica del romanzo moderno.

 

…E comprendo l’impossibilità contro cui urta l’amore. Noi ci figuriamo che esso abbia come oggetto un essere che può stare coricato davanti a noi, chiuso in un corpo. Ahimè!
L’amore è l’estensione di tale essere a tutti i punti dello spazio e del tempo che ha occupato e che occuperà. Se non possediamo il suo contatto con il tale luogo, con la tale ora, noi non lo possediamo. Ma tutti quei punti non possiamo toccarli. Forse se ci venissero indicati, potremmo arrivare sino a essi; ma noi procediamo a tentoni senza trovarli. Di qui la diffidenza, la gelosia, le persecuzioni. Perdiamo un tempo prezioso su di una pista assurda, e passiamo senza accorgercene accanto alla verità.

Proust – La Prisonniére
…nella nostra epoca la letteratura sia venuta facendosi carico di questa antica ambizione di rappresentare la molteplicità delle relazioni, in atto e potenziali.
L’eccessiva ambizione dei propositi può essere rimproverata in molti campi d’attività, non in letteratura. La letteratura vive solo se si pone degli obiettivi smisurati, anche al di là d’ogni possibilità di realizzazione. Solo se poeti e scrittori si proporranno imprese che nessun altro osa immaginare la letteratura continuerà ad avere una funzione. Da quando la scienza diffida dalle spiegazioni generali e dalle soluzioni che non siano settoriali e specialistiche, la grande sfida per la letteratura è il saper tessere insieme i diversi saperi e i diversi codici in una visione plurima sfaccettata del mondo.
Mi piace questa ambizione, bravo Italo, ma mi chiedo l’autore è sempre consapevole di questa ambizione antica e mai completamente raggiungibile?
Ne siete consapevoli?
A malapena lo concepiamo noi lettori. Ed è comunque difficile trovare un equilibrio, ci sono romanzi che alla fine risultano solo accozzaglie di elenchi, di temi, di tracce..una confusione in cui non è possibile ritrovare un capo e una coda.
L’aver scelto il romanzo come forma letteraria che possa contenere l’universo intero è un fatto carico di futuro.
Oggi non è più pensabile una totalità che non sia potenziale, congetturale, plurima.
Anche se il disegno generale è stato minuziosamente progettato, ciò che conta non è il suo chiudersi in una figura armoniosa, ma è la forza centrifuga che da esso si sprigiona, la pluralità dei linguaggi come garanzia d’una verità non parziale.
Tra i valori che vorrei fossero tramandati al prossimo millennio c’è soprattutto questo: d’una letteratura che abbia fatto proprio il gusto dell’ordine mentale e della esattezza, l’intelligenza della poesia, e nello stesso tempo della scienza e della filosofia.
Credo che questo sarebbe un punto di arrivo della letteratura, al di là qualsiasi millennio. Ma forse non sarebbe più una letteratura, nè scienza o filosofia. E’ il fatto che siano distinte a renderle ognuna autonoma ed è tra le pieghe delle loro distinzioni che si sviluppano le migliori ricchezze. Non sono certa che l’uniformità porterebbe un miglioramento.

Qualcuno potrà obiettare che più l’opera tende alla moltiplicazione dei possibili più si allontana da quell’unicum che è il self di chi scrive, la sincerità interiore, la scoperta della propria verità. Al contrario, rispondo, chi siamo noi, chi è ciascuno di noi se non una combinatoria d’esperienze, d’informazioni, di letture, d’immaginazioni? Ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario d’oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili.

Ma forse la risposta che mi sta più a cuore dare è un’altra: magari fosse possibile un’opera concepita al di fuori del self, un’ opera che ci permettesse d’uscire dalla prospettiva limitata d’un io individuale, non solo per entrare in altri io simili al nostro, ma per far parlare ciò che non ha parola, l’uccello che si posa sulla grondaia, l’albero in primavera e l’albero in autunno, la pietra, il cemento, la plastica…

[Lezioni americane, I. Calvino, 2002, Oscar Mondadori, Milano,].